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Luigi Malerba |
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Itaca per sempre |
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a cura di Tiziana Lo Porto della Redazione di Pickwick.it |
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Immaginate Ulisse alla fine del viaggio. Immaginatelo mendicante a Itaca pronto a ingannare moglie e sudditi e a tornare al potere con l'inganno e la violenza. Quasi che inganno e violenza siano i valori aggiunti dalla guerra e dal viaggio. Inganno che è anche peggio della violenza, perché mirato a colpire l'amata bramata Penelope. E' lei la prima ad essere volutamente tratta in inganno. Quanto meno, questo quel che crede Ulisse. Ulisse, infatti, inganna Penelope che non si lascia ingannare. Questo il pretesto da cui scaturisce un abile duetto che stravolge il mito di Ulisse mettendo in luce punti di vista 'altri' dell'intera faccenda. E' un finale dell'Odissea a due voci il riuscito romanzo di Luigi Malerba, che su gesta eroiche e viaggi di Ulisse tace, limitandosi a cantarne il ritorno a Itaca. Ritorno che è al tempo stesso conquista e rinuncia. Ritorno che porta in sé tutte le aspettative di chi è partito e quelle di chi è rimasto. Ritorno di un uomo più che di un eroe semidivino, così per come ci viene raccontato dallo stesso Ulisse e da Penelope. Un uomo che smette di fare l'eroe e di vagare per mare e per terra e si assume le dovute responsabilità di marito, padre e sovrano. Questo è quanto accade a inizio a libro e che continuerà ad accadere fino all'ultima pagina, lasciando venire fuori gli insospettabili limiti di una celebrità che sceglie di diventare comune mortale. Primo tra tutti i limiti la mancanza di fiducia nelle proprie e nelle altrui capacità. Mancanza che si manifesta pienamente nella decisione di ingannare Penelope e nella sottintesa certezza che lei non potrà mai riconoscerlo. Mancanza di fiducia in se stesso, dunque, e nelle proprie capacità di tenere in vita l'amore della sua sposa. Limite che è proprio dell'uomo e che fa di Ulisse un personaggio un po' arrogante e innegabilmente vicino a noi comuni mortali. Un Ulisse più a portata di mano per l'umana comprensione. Lì dove perde in scontata rettitudine, infatti, conquista in empatia. Molto più facile è immedesimarsi nelle insicurezze di Ulisse che nelle infallibili prove di forza. In pratica: Ulisse è più simpatico quando sbaglia che quando invulnerabile resiste a tutto. E più simpatica è la cerebrale Penelope che costantemente s'interroga sul divenire dei propri sentimenti e dei sentimenti dello sposo che la muta Penelope intenta a tessere e anche lei resistente a tutto. E' bello e poetico sentire dire per bocca di Penelope che "so che non devo mostrarlo, ma questi anni di attese hanno logorato i miei buoni spiriti. Mi sono accorta che piango durante il sonno.". Piange Penelope e piange Ulisse, incapaci entrambi di affrontare eroicamente la fine del viaggio. E' la battaglia tra i due sposi che Malerba abilmente conduce tra le pagine del suo romanzo. Una battaglia in cui l'amore è necessariamente mezzo e fine. Una battaglia tra due avversari che si studiano reciprocamente e che avanzano per espedienti mirando al cuore. E man mano che la battaglia procede, si fa strada la consapevolezza che a vincere non sarà mai solo uno dei due. Buona lettura!!
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